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Ubuntu, Linux e la filosofia della condivisione….

10 febbraio 2013 2 commenti

Negli ultimi anni Ubuntu è diventata una delle distribuzioni di Linux che ha avuto il maggiore successo, per la innovativa facilità di installazione e di uso che normalmente non sono mai state associate a questo sistema opensource e che ne ha spesso decretato l’insuccesso di fronte all’utente medio di un PC, che normalmente è abituato ad avere una interfaccia con tutti i fiocchettini e la pappa pronta. Il tipico utente di Linux è stato per decadi il “nerd” vale a dire una persona che per fare anche la cosa più semplice cerca di farla in maniera particolarmente difficile, costosa, inutile e contorta.

Il nuovo Ubuntu è sorprendentemente “amichevole” da installare

Non è scopo di questo articolo dettagliare tutto su Ubuntu e Linux, esiste una ampia letteratura in materia. Qui vorrei sottolineare la mia ultima esperienza, con un portatile “vecchio” in disuso su cui ho voluto provare ad installare Ubuntu per vedere se riuscivo a dargli nuova vita. L’esperienza è stata tutto sommato semplice, gradevole e piena di ottime sorprese. Avevo già tentato di installare in passato a varie riprese Linux su vari pc ma ogni volta avevo dovuto tornare indietro perchè molte cose non funzionavanto (Skype, i miei programmi di grafica preferiti, etc), ora però ho visto che con la versione 12.04 molti se non tutti questi problemi sono stati risolti.

Fra le sorprese cito le seguenti:

  •  Tutto l’hardware ha funzionato al primo colpo (scheda grafica, suono, musica, video)
  • La sospensione del portatile ha funzionato senza fiatare: impiega una manciata di secondi e riprende senza problemi
  • Il wireless è sorprendentemente friendly (meglio di windows)
  • Il tempo di boot è di circa 40 secondi, nettamente inferiore a quello di Windows e la memoria occupata e inferiore
  • Praticamente tutti i programmi principali (Chrome, LibreOffice, ecc) funzionano senza problemi
  • Esistono ottimi programmi in aree dove finora eccelleva soltanto Windows o Mac (screenrecording etc)

Fra le difficoltà invece

  • Avendo installato il sistema operativo a 64 bit alcune cose non funzionano come ci si aspetta, in particolare per lanciare Phoenix e Firestorm (client di SecondLife) occorre installare le librerie di compatibilità a 32 bit come indicato da questo articolo http://ubuntuforums.org/showthread.php?t=2000705. Imprudence invece, avendo già una distribuzione a 64 bit si è installato in modo semplice.
  • La versione di Skype per Linux è decisamente fatta peggio delle equivalenti sulle altre piattaforme, ma questo è colpa di Skype e non di Linux.
  • Qualche difficoltà a destreggiarsi fra i vari desktop manager (Unity, Gnome etc). Dopo un po’ di vicissitudini e prove varie sono tornato a Unity 2D che pare il desktop più “umano” riconoscibile per la barra verticale delle applicazioni sulla sinistra.

Ma vediamo come ho fatto per l’installazione da USB:

Dato che ormai DVD e CD non vanno più di moda, (avevo provato con un CD che mi aveva dato un amico, ma non era leggibile), ho proceduto a installare Ubuntu da una penna USB come spiegato da questo link: https://help.ubuntu.com/community/Installation/FromUSBStick La difficoltà più grave è stata quella di trovare una immagine “giusta” (avevo tentato di installare la versione 12.11 che però forse era prematura, quindi alla fine sono ripiegato sulla versione 12.04 che sembra essere molto buona.

Il secondo problema che ho incontrato è stato quello di “convincere” il laptop a partire dalla penna USB. Per fare ciò ho tenuto premuto il tasto di Cancellazione (quello sopra il tasto di invio) durante l’accensione e poi sono dovuto andare nelle opzioni di boot per specificare nell’ordine di boot PRIMA i vari USB e poi il CD ed infine il disco. Ho impiegato un pochino a capire l’ordine giusto.

Esistono ancora dei PC/Laptop specialmente della vecchia guardia che non consentono di fare il boot da chiavetta. In quel caso l’unica cosa da fare e di registrare un cd di boot e partire da quello.

Durante la fase di installazoine non ho dovuto fare praticamente nulla se non compilare le solite domandine iniziali tipo lingua, tastiera, utente di partenza. Cfr anche questa guida: http://ubuntusemplice.blogspot.it/2011/04/guida-passo-passo-istallazione-ubuntu.html L’intera procedura di installazione è rimasta nell’ordine di un quarto d’ora (anche meno). Al termine avevo un sistema Linux completamente funzionante.

Alcune guide in Italiano

Poi per imparare ad usarlo bene occorre molto tempo, ma guardando alcuni semplici tutorial come quelli contenuti qui: https://help.ubuntu.com/12.04/ubuntu-help/index.html,

Se preferite i video ecco una serie di video tutorial rintracciabili su Youtube qui: http://www.youtube.com/watch?v=OstFxlxvA0Y&feature=share&list=SPA7D851DBD0B8BFDF.

La filosofia di condivisione che sta dietro ad Ubuntu

Da Nelson Mandela a tutto il mondo. Un esempio di collaborazione fra umani uguali

Ed ora prima di lasciarvi, ecco una dissertazione molto interessante su Ubuntu, Linux e l’opensource che esula dalla classica lezione universitaria / giuridica / legale per entrare nella filosofia più semplice e profonda delle popolazioni africane.

Come si legge da wikipedia alla voce Ubuntu: http://it.wikipedia.org/wiki/Ubuntu_(filosofia):

« Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?. »
(Nelson Mandela)

Ubuntu è un’etica o un’ideologia dell’Africa sub-Sahariana che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone.

È un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo”. È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro. Appellandosi all’ubuntu si è soliti direUmuntu ngumuntu ngabantu, “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

L’ubuntu esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, poiché è una spinta ideale verso l’umanità intera, un desiderio di pace.

Viene sfruttato in Sudafrica in una campagna nazionale per la promozione della società.

Non c’è bisogno di aggiungere molto altro, su questa filosofia di apertura e di condivisione: si condivide perchè si sente che è giusto condividere, non perchè le persone con cui condividiamo sono simpatiche o degne della nostra considerazione e stima ma in quanto esseri umani con cui condividiamo la nostra natura. Poi ovviamente uno condivide quello che vuole e quando vuole, ma è ovvio che i risultati più interessanti avvengono quando la condivisione è più larga e meno stitica.

Ubuntu ha dimostrato che in questo modo si è riusciti a produrre un qualcosa di ottima qualità e solo grazie alla passione e alle emozioni di chi vi ha partecipato che non sono soltanto nerds, ma persone come tutti noi 🙂

PS: Se non ve la sentite di passare ad Ubuntu e non avete un vecchio portatile o pc su cui fare le prove potete sempre fare una installazione Live che non cancella il vostro PC. Cfr: http://www.ubuntu.com/download/help/try-ubuntu-before-you-install

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SecondLife e gli abiti mesh: cosa manca per indossarle: finanziamo un progetto di Qarl ex-linden su IndieGoGo

9 ottobre 2011 1 commento

Le mesh sono arrivate, ma a quanto pare non è facile “vestirle”. Come purtroppo sanno i venditori di abiti (e i loro acquirenti), i vestiti mesh, oltre a necessitare di un viewer apposito (vedi i miei articoli sulle meshhttps://virtualworldsmagazine.wordpress.com/tag/mesh/), hanno svariati problemi di vestibilità. Il principale problema è che i vestiti entrano in conflitto con la vostra shape per cui se non vi rendete invisibili, frammenti e porzioni delle vostre terga, dei polpacci o del seno (per le donne) possono sforare ed essere visibili con vostra profonda vergogna

Per ovviare a questi problemi i venditori sono obbligati a fare molte misure degli abiti (un po’ come succede in RL), creando le Taglie, e visto che comunque non si adatterebbero comunque, vi chiedono di indossare degli “alpha” layer che nascondono la vostra shape. Questo ha come controindicazione che viene a perdersi quel sentimento di originalità che ci eravamo faticosamente costruiti potendo modificare a piacimento le nostre fattezze.

In pratica per il popolo “vanitoso” di SL, comprare i nuovi vestiti significa rinunciare alla propria identità, mentre per i venditori significare moltiplicare per N la quantità di abiti che devono mettere in vendita producendo un ingolfamento dei magazzini virtuali e del MarketPlace. Per leggere articoli dove viene spiegato bene come indossare gli abiti Meshed in SL: http://searchenginewatch.com/article/2111822/Mesh-the-Tyranny-of-Size-How-Mesh-Might-Change-Second-Life-Culture, oppure qui: http://rowanderryth.wordpress.com/2011/08/30/do-you-mesh/.

I venditori e i consumatori si sono organizzati e hanno cominciato a richiedere alla Linden una correzione di rotta inserita in questo JIRA: https://jira.secondlife.com/browse/SH-2374, a cui se siete interessati, vi prego di votare e di mettere il “watch”. Purtroppo la Linden ha deciso qualche giorno fa di sospendere a tempo indeterminato anche la decisione di se e quando risolvere questo problema perchè (forse giustamente) prima vorrebbe risolvere tutti gli altri problemi associati alle mesh.

La richiesta verteva nel chiedere di avere degli abiti che si adattassero parametricamente  esattamente alla propria shape evitando imbarazzanti fuoruscite. Tecnica non solo possibile, ma realizzata da concorrenti come BlueMars. Nel JIRA si legge infatti:

Questo problema è identico ai problemi che erano stati incontrati nelle prime versioni di BlueMars, e furono risolti efficacemente con l’introduzione di un sistema di deformatori sovrapposti. L’introduzione di quel sistema ha eliminato i problemi di dimensione/taglia ed ha persino eliminato il bisogno del “rigging”, aprendo pertanto la piattaforma  a una vasta varietà di oggetti che potevano essere utilizzati senza limitazioni di taglia e delle shape degli avatar

Data l’esitazione di Linden Lab di risolvere il problema (nonostanche che nelle ultime office hours abbiano detto che stanno prendendo seriamente in carico il problema, ma senza offrire nessun elemento concreto), la community si sta rivolgendo verso un ex-impiegato Linden che ha promesso di poter fare un viewer in grado di offrire questa deformazione parametrica (viewer che sarebbe a quel punto integrato dai maggiori viewer alternativi come Firestorm), oppure anche regalare questo software alla Linden.

Per trovare un’analisi di questo problema vedete anche qui: http://slashestoashes.wordpress.com/2011/10/08/can-we-mesh-better-in-second-life/

Il progetto di finanziamento lo trovate qui: http://www.indiegogo.com/Mesh-Clothing-Parametric-Deformer-Project. Io personalmente ho già collaborato con vari versamenti (piccoli ma apprezzati). Il goal di questo progetto è di raggiungere i 5400 $ e attualmente sono già circa al 60% e rimangono ancora circa 2 mesi. Prima vengono raccolti i fondi e prima questa funzionalità potrà essere implementata.

PS: Per chi non lo sapesse Qarl è stato un grande programmatore Linden che ha lavorato al film Matrix e ha collaborato ampiamente per il progetto Mesh in SL ma era stato licenziato un anno fa: http://nwn.blogs.com/nwn/2010/08/requiem-for-qarl-linden.html. Dopo la sua uscita aveva fornito un fondamentale tool di allineamento prim ora disponibile in quasi tutti i viewer alternativi: http://www.qarl.com/qLab/?p=66

Visto che SecondLife non riesce a fare da sola, occorre darle un aiutino 🙂

Salahzar Stenvaag

I problemi dell’OpenSource, un esempio interessante…

http://it.wikipedia.org/wiki/Oreste_(mitologia) (esempio di dramma epico greco)

L’ OpenSource

Molti sanno che sono un evangelizzatore dell’OpenSource e della cultura associata (anche se dico sempre che l’OpenSource è un intero Universo e ha infinite sfaccettature e non è facilmente definibile ed individuabile).

Avevo scritto in proposito un articolo sul copyleft qui: https://virtualworldsmagazine.wordpress.com/2011/04/03/sorgenti-aperti-e-copie-consentite/ e anche una discussione sul concetto di comunità aperta, copyright  e di censura qui: https://virtualworldsmagazine.wordpress.com/2011/05/15/modelli-alternativi-e-leggeri-di-costruzione-di-comunita-virtuali/).

L’esempio più puro di OpenSource è quello associato alla licenza GPL http://it.wikipedia.org/wiki/GNU_General_Public_License  (che è quella utilizzata da Linux e da molti pacchetti utili ad esempio vedi questo elenco di software per Windows disponibile fra cui spicca ad esempio Blender 3D: http://www.digitaldarknet.net/thelist/).

Si può vendere?

Un interessante problema associato all’opensource è se sia lecito “vendere” prodotti OpenSource, in particolare quelli coperti da licenza GPL, la risposta è SI (http://www.gnu.org/philosophy/selling.it.html), anche se giustamente spesso si fa notare che la distribuzione di software aperto a pagamento è rischiosa perchè le persone a cui vendete possono ridistribuire gratuitamente il prodotto e rendere quindi vano il “profitto”, anche quando è inteso essere un investimento per lo sviluppo e il miglioramento dei programmi (cfr ad esempio: http://www.lambdassociates.org/blog/the_problems_of_open_source.htm).

Primstar, opensource “venduto” per gli sculpted prim in SL

Ora recentemente abbiamo avuto la concretizzazione di questo “problema” nel mondo di SecondLife, a proposito dei plugin di Blender 2.4/2.5 per la produzione di sculpted per SecondLife (strumenti chiamati PrimStar e Jass2). Questi strumenti sono sviluppati da Domino Marama (http://dominodesigns.info/) e sono stati in passato distribuiti liberamente con licenza GPL. Domino ha iniziato a partire dal 2009 una collaborazione con Gaia Clary (sito http://machinimatrix.org commercializzando una versione di primstar per Blender 2.49 con una suite di prodotti da utilizzarsi per installare o aggiungere plugin a Blender per consentire la produzione facilitata di sculpted, offrendo a pagamento con prezzi nell’ordine dei 6000L$ (circa 22$). Come abbiamo visto, non c’è nulla di male a vendere un prodotto OpenSource, ancorchè GPL, e la community non aveva avuto nessun problema perchè tutto sommato era sempre disponibile una versione di quel software gratuito (http://blog.machinimatrix.org/jass/jass-2-3-6-pub/).

Un faro per chi vuole imparare Blender e a fare opere sculpted

La versione Jass/Primstar distribuita da machinimatrix (e i tutorial gratuiti sul sito e su youtube) sono state negli ultimi due anni un vero e proprio faro per chi volesse amatorialmente o per avviare una attività di sartoria professionale in SecondLife.

Nel 2011 le cose erano diventate però un pochino più complicate perchè per poter finanziare lo sviluppo del plugin per la versione 2.5 di Blender, Domino e Gaia avevano cominciato a vendere una versione di primstar (chiamata primstar 2.0) della quale non era possibile rintracciare esplicitamente una versione gratuita. Nelle condizioni di vendita era però ampiamente consentito (così come da licenza GPL) il diritto dell’acquirente di ridistribuirlo gratuitamente ad amici e conoscenti (alla condizione che l’eventuale assistenza doveva essere fatta dai distributori). Cosa che in effetti tornava utile agli insegnanti come anche il sottoscritto, che facevano lezioni di Blender 2.5  per SecondLife, suggerivano l’acquisto, ma per evitare di essere venditori di prodotti chiusi, potevano farne “regalia” ai propri studenti disagiati che non potessero permettersi di spendere 6000 L$ (pari a circa 22$).

Il Problema della distribuzione Gratuita

A settembre 2011, è avvenuto l’evento che ha messo in crisi questo sistema. Albsalgar Magic è una persona che dopo avere imparato a fare sculpted ha iniziato a fare dei corsi per insegnare queste tecniche e come molti insegnanti ha deciso di insegnare primstar ai suoi allievi. A giudicare dalle decine di avvisi che ha pubblicato sul gruppo Blender in SecondLife  di cui è recentemente diventato owner (con la qualifica di “Dio Blender”  Blender God), pare che alcuni partecipanti ai suoi corsi si siano lamentati con lui perchè veniva richiesto di “acquistare” un prodotto opensource. Messo alle strette, Albsalgar avrebbe quindi inizialmente contattato Gaia Clary di machinimatrix ma dopo poche ore, spazientito, per rimuovere il problema ha cominciato a distribuire TUTTI i prodotti Jass e Primstar in un link ad un sito di upload di programmi, rendendolo di fatto gratuito e disponibile a tutti.

Il passaggio a licenza non opensource

A questo punto Gaia Clary e Domino hanno reagito (probabilmente a seguito di discussione con un avvocato) rimuovendo (a partire da una versione la 175 di Primstar 2.0) la qualifica di software GPL e vendendolo ora sotto la licenza Fair EndUser License Agreement, che di fatto blinda il software e ne vieta la ridistribuzione caratterizzandolo quindi da ora in poi come software non più aperto. Contestualmente hanno definito tutta una serie di modalità di riutilizzo dei loro tutorial e hanno inserito dei costi per accedere all’assistenza http://blog.machinimatrix.org/it/servizio/  per chi faceva sculpted (assistenza che prima veniva offerta gratuitamente spesso come volontariato nei forum o via IM) . A tutti coloro che avevano acquistato il prodotto Jass2 e Primstar è stato offerto su base volontaria la possibilità di richiedere il rimborso http://blog.machinimatrix.org/2011/09/23/refund-offer-for-primstar-2/.

La distribuzione “Albsalgar”

Per quanto riguarda Albsalgar, pare anche lui dopo avere consultato un avvocato ha rimosso il link di scarico precedente e ha costruito una versione di Primstar 2.0 rinominandola “distribuzione albsalgar” dove ridistribuisce solo le parti del software coperte esplicitamente dalla licenza GPL e ha affermato che avrebbe fatto ripartire uno sviluppo veramente opensource di questo strumento essendo orgoglioso di avere combattuto e vinto il “monopolio” di Jass su questi plugin.

Conclusioni

Questo  “drama”  purtroppo costituisce un esempio infelice di come possano evolversi le cose nell’ambito opensource. Albsalgar non ha torto nel momento in cui ha visto usare un software GPL per “arricchire” qualcuno (ai suoi occhi) e per costruire una sorta di “monopolio”. Un po’ di ambiguità nel progetto di machinimatrix era indubbiamente presente, ma per chi come me aveva visto la qualità e la simpatia e disponibilità di Domino e Gaia, e la quantità di lavoro da loro svolto per consentire questa diffusione di conoscenza (anche mediante interventi sui forum di SL), non posso apprezzare questo lavoro di demolizione che  toglie definitivamente questo prodotto dall’orizzonte  opensource. Per questo motivo non sto dando pubblicità alla distribuzione di Albsalgar (chi fosse interessato ad averla basta che si iscriva al gruppo “Blender” in secondlife e la rintraccerà in pochi secondi), e invito coloro che possono a manifestare appoggio a machinimatrix acquistando il software o facendo donazioni o iscrivendovi invece al gruppo inworld denominato “blender primstar/jass”.

PS. Ho cercato di seguire questa vicenda in modo neutrale e senza fare giudizi personali, ma mi sono imbattuto su alcuni post relativi ad Albsalgar che non possono non inquietarmi. Se leggete qui: http://theartdoor-onthedoor.blogspot.com/2010/10/show-n-tell-17th-of-october.html vedete che l’uso quantomeno disinvolto degli oggetti in suo possesso pongono delle serie riserve per la valutazione della sua serietà. (Per i non parlanti inglesi, pare che ad ottobre 2010 durante un concorso di arte blender in cui venivano portate opere di ingegno originale, Albsalgar avesse partecipato con una “casa da mezzo prim”, originariamente costruita da una sua insegnante e di cui lui non aveva nemmeno le texture ed era obbligato ad assegnarle via UUID usando uno script).

“Sorgenti Aperti” e “Copie Consentite” (OpenSource/CopyLeft), proviamo a capirci qualcosa di più…

 

Le galassie OpenSource

OpenSource

Praticamente ogni giorno siamo in contatto con questi termini eppure se chiedessimo ad una persona media cosa sia l’OpenSource probabilmente risponderebbe qualcosa del tipo “sono cose gratuite” che si possono usare liberamente. E se chiedessimo cosa sia il “copyleft” probabilmente troveremmo la persona con gli occhi vacui pensando che gli stiamo chiedendo qualcosa di profondamente differente e da super-tecnici.

Eppure le parole “opensource” e “copyleft” sono interessantemente collegate. Se guardiamo su wikipedia troviamo in sintesi la seguente definizione per “open source”

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Open_source

In informaticaopen source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software i cui autori (più precisamente i detentori dei diritti) ne permettono, anzi ne favoriscono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Questo è realizzato mediante l’applicazione di apposite licenze d’uso.
La collaborazione di più parti (in genere libera e spontanea) permette al prodotto finale di raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L’open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto.

Come si vede il punto cardine dei concetti opensource è rappresentato dalla “licenza d’uso” e di queste licenze ne esistono veramente centinaia (per non dire migliaia) di incarnazioni. Ognuna di queste ha le sue caratteristiche specifiche che la possono rendere più o meno aderente ai concetti originari.

Le Licenze

Le licenze si suddividono grosso modo in:

  • Licenze d’uso “pure” che rispettano in modo profondo il livello di rifiuto di ogni forma di chiusura e di sfruttamento individuale o aziendale, ed è il caso delle licenze tipo GPL che vietano di fatto la commercializzazione e lo sfruttamento brutale, impedendo alle aziende di produrre software a pagamento che “contengano” codice GPL. Queste licenze vengono dette “virali” perchè nel momento in cui si decide di usarle come componenti del proprio software quest’ultimo deve essere ridistribuito nello stesso modo in cui sono distribuiti i componenti iniziali, anche se la componente GPL è soltanto una piccola parte.
  • Licenze d’uso “liberali” che consentono alle aziende di poter costruire del software che usi questi moduli, senza dover distribuire i loro prodotti finali con la stessa licenza e pertanto consentendo l’uso “commerciale” e a pagamento. E’ l’esempio tipico la licenza Apache o BSD. Si noti che con queste licenze anche se il prodotto finale è chiuso è normalmente obbligatorio dichiarare i componenti open utilizzati e spesso gli utenti finali sono obbligati comunque a scaricarsi i componenti a parte (cosa che a volte complica la modalità di utilizzo del software opensource da parte degli utenti finali).
  • Licenze d’uso totalmente “free” che consentono ogni uso senza particolari limitazioni. Non ce ne sono molte di queste licenze, ma è da qui che forse è nato l’equivoco: la gente pensa che una licenza opensource sia automaticamente di questo tipo, cosa che come abbiamo visto non è vero.
  • Licenze d’uso opensource “aziendali” provenienti da specifiche società come Oracle (vedi Java), IBM (vedi Eclipse) e la stessa Linden Lab che distribuisce in modalità “opensource” GPL il suo viewer, ma che si riserva il diritto di fare lucro e di distribuire viewer ed altre sue produzioni in altre modalità.
  • Licenze Creative Commons, che sono state concepite principalmente per proteggere e/o divulgare il diritto di autore su canzoni, testi e creazioni artistiche. Da non confondersi con le tipologie precedenti, che sono nate in particolare per gestire il software, ma che ha alcune affinità con le licenze d’uso pure.

Il CopyLeft

Va da sè che quando si usa il termine opensource gli idealisti tendono in realtà a pensare all’OpenSource “puro” quello GPL, quello che aiuta in modo disinteressato l’umanità. E questo OpenSource puro si accompagna tranquillamente con il concetto di “copyleft”, cioè la possibilità di “consentire le copie” invece che il copyright che invece cerca di proteggersi dalle copie.

Per copyleft abbiamo, da http://it.wikipedia.org/wiki/Copyleft

L’espressione inglese copyleft è un gioco di parole sul termine copyright nel quale la parola “right” significa “diritto” (in senso legale), ma giocando sul suo secondo significato (ovvero “destra”) viene scambiata con “left” (sinistra). Copyleft Individua un modello di gestione dei diritti d’autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l’autore (in quanto detentore originario dei diritti sull’opera) indica ai fruitori dell’opera che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali. Nella versione pura e originaria del copyleft (cioè quella riferita all’ambito informatico) la condizione principale obbliga i fruitori dell’opera, nel caso vogliano distribuire l’opera modificata, a farlo sotto lo stesso regime giuridico (e generalmente sotto la stessa licenza). In questo modo, il regime di copyleft e tutto l’insieme di libertà da esso derivanti sono sempre garantiti.

Dal punto di vista etimologico pare che il termine copyleft sia nato nel 1976 a seguito della diffusione del sorgente assembler di un interprete basic “Tiny Basic”.

Le prime nove righe del codice sorgente di Tiny BASIC per il processore Intel 8080 scritto da Li-Chen Wang, professore all'università di Palo Alto (1976).

L’OpenSource di questo tipo parla in particolare di “Libertà” invece che di “Divieti”, in particolare si sottolineano le seguenti 4 libertà:

  1. Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo.
  2. Libertà di studiare il programma e modificarlo.
  3. Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo.
  4. Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Le “libertà” che disturbano sono invece (schiavitù :():

  1. “Libertà” di chiudere il software e/o le proprie modifiche e di nasconderlo al pubblico
  2. Impedire che altri distribuiscano o rendano pubblici le tecniche e i modi di usarlo
  3. Cercare di rendere l’uso dei moduli talmente complesso o oscuro da rendere indispensabile una guida per risolvere i problemi
  4. Cercare di vendere a caro prezzo informazioni che sono già di dominio pubblico

NB: Non è disturbante e NEMMENO PROIBITO da molte licenze OpenSource inclusa la licenza GPL la “vendita” di oggetti o programmi aperti. Tuttavia in caso di vendita occorre comunque far sapere che il contenuto è liberamente accessibile e liberamente distribuibile. Cioè in pratica occorre LASCIARE agli altri la STESSA libertà che è stata lasciata a noi.

Il Progetto Vulcano OpenSource

Questo articolo vuole essere solo una introduzione a questo enorme universo che è la galassia OpenSource/CopyLeft e per capire quanto sia complicato e del perchè sia opportuno circoscrivere QUALE opensource si vuole. Si pensa di fare un incontro a Vulcano nelle prossime settimane per studiare ed organizzare il progetto OpenSource http://openvulcano.wikispaces.com/VulcanoOpenSource

Mentre ovviamente i concetti OpenSource sono facilmente applicabili agli script LSL che sono dei programmi, probabilmente l’estensione OpenSource/CopyLeft anche ad artefatti 3D e opere di ingegno potrebbe risultare più complicata e meritare sicuramente almeno un secondo articolo.

Chi fosse interessato al progetto che tra le altre cose prevede anche la costruzione di un “Museo degli Script” mi contatti in SL o via email salahzar@gmail.com

Salahzar