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The sound of silence.

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Negli ultimi giorni, seguendo un post del mio amico Sacha Bowie, alcuni commenti molto interessanti sono stati postati riguardo al tema: voice si, voice no nel mondo virtuale. Dibattito interessante, poiché si confrontavano due modi diversi di concepire la propria presenza in Second Life. Gli argomenti pro e contro sono stati espressi con grande convinzione e, come spesso succede quando si trattano queste tematiche, ognuno è rimasto con la propria convinzione. E’ interessante notare che è esattamente questa la conclusione a cui è naturale giungere, quando approcci e scopi diversi si confrontano, per esporre il modo in cui utilizziamo i diversi strumenti di comunicazione. E’ come se un chirurgo ed un insegnante, o un giornalista e un pompiere,  si confrontassero sui rispettivi “ferri del mestiere”.

A mio parere ci sono sostanzialmente due diverse modalità di “sfruttamento” del mondo virtuale di Second Life: da una parte quanti vedono questo strumento, questo ambiente, come estensione della propria attività quotidiana, e usano gli strumenti disponibili per lavoro, cultura, sperimentazione, o altre attività di tipo “pratico”. Dall’altra, quanti sfruttano le potenzialità del Metaverso in maniera esperienziale e partecipativa, vivendo rapporti, esperienze, storie, avventure, che siano immaginarie o meno.

Che cosa hanno in comune il docente impegnato in una lezione in world (ovviamente utilizzando la comunicazione in voice come elemento indispensabile) e chi fa gioco di ruolo interpretando un personaggio improbabile, come un drago, un mostro spaziale o un vampiro? Che differenza c’è tra chi partecipa ad un dibattito politico-sociale, o organizza concerti dal vivo (tutte cose in cui il voice è indispensabile), con chi fa la escort virtuale, il cacciatore di vampiri o il BDSM, per vivere in maniera “protetta” emozioni ed esperienze che mai si sognerebbe di fare nella vita di tutti i giorni?

Per tali esperienze, esporsi con la propria individualità reale, di cui la voce è componente essenziale, può essere addirittura di impedimento allo sviluppo della propria esperienza. Poiché la voce, a differenza di altre comunicazioni “impersonali” come la chat, è parte essenziale della nostra individualità, che non siamo disponibili a mettere allo scoperto nelle situazioni in cui la fantasia, e l’anonimato, giocano un ruolo essenziale. Il tono della nostra voce, l’accento, l’inflessione, le pause, l’incrinatura emotiva, raccontano moltissimo di noi stessi. Nessuno può chiederci di mettere in piazza la nostra componente reale, in certe situazioni. E’ parte essenziale dell’esperienza fantastica, o del gioco di ruolo, il diritto all’anonimato.

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Sono approcci diversi, non ha senso sostenere la giustezza dell’uno o dell’altro: dipende da quello che si vuole fare. Proprio per questo, io consiglio un approccio non fideistico verso tale questione, poiché la scelta è strettamente legata alla propria individualità e all’esperienza che si vuole vivere. Ed è tanto più vero questo, quanto è comprensibile anche il fenomeno degli alter.

E’ assolutamente legittimo, a mio parere, che il nostro “io” reale operi nel mondo virtuale come un tutt’uno con la nostra vita reale, trasportandovi la propria personalità, esperienza e approccio al lavoro. E spesso anche la propria identità e la propria storia professionale. Molti usano Second Life come estensione del proprio ambiente lavorativo, e molteplici sono le esperienze del genere, sviluppate anche da istituzioni e aziende del mondo reale. Tutti noi ricordiamo gli impiegati della provincia o del comune, o i manager delle multinazionali e delle grandi aziende, entrati in Second Life con tanto di sim istituzionale, con il proprio brand e con tanto di nome reale nel profilo. Tutto assolutamente comprensibile e condivisibile.

Tuttavia è altrettanto logico che, per motivi di svago o voglia di esperienze insolite, ci si possa costruire un’identità assolutamente anonima, per vivere ed interpretare quei personaggi che la fantasia ci spinge a creare. E’ nostro diritto pretendere rispetto, e riservatezza, per queste nostre scelte. Vogliamo essere liberi di vivere le nostre vite immaginarie, interpretando escort, draghi, principi medioevali, o grandi managers del virtuale.

Qual è allora il problema? Perché nascono tante accese discussioni su questo tema? Il fatto è che spesso si cerca di conciliare l’inconciliabile, per questioni di principio o di falsa moralità. Io credo che tali ipocrisie vadano superate. Per parlarci ancora più chiaramente, è diritto del manager o del giudice, dell’avvocato o del commissario di polizia, vivere una esperienza virtuale secondo la propria fantasia e le proprie voglie. Ma tutto ciò non inficia assolutamente l’uso che del Metaverso possiamo fare per attività pratiche, education o servizi di vario genere. Solo che dobbiamo tenere separate le due esperienze e vivere, di volta in volta, quella che più ci aggrada. E’ estremamente difficile cercare di unificare i due aspetti in un’unica identità, e quelli che lo fanno sono costantemente in bilico, su un filo sottile, inficiando il più delle volte la completezza della propria esperienza virtuale.

Una particolare situazione vivono quanti sviluppano in Second life una esperienza relazionale di carattere affettivo. Ma questo è un tema che occorre lasciare alla sensibilità e all’emotività individuale. Non ci sono ricette, ma solo le proprie personali esperienze e l’onestà nel rapportarsi l’uno all’altro.

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Superiamo quindi il moralismo, ed anche le stucchevoli critiche alla pratica degli alter. E’ ovvio che se si fa il magistrato in Real Life, e magari si è chiamati in world per un dibattito, oppure si è un politico di fama, che magari usa il Metaverso per diffondere le proprie idee, mai e poi mai si vorrà usare lo stesso avatar per identificarsi in un guerriero medioevale, o vivere esperienze bdsm, nelle ore di svago. L’anonimato è un nostro diritto, lo pretendiamo. Basta con i falsi moralismi, tanto sappiamo bene come stanno le cose.

Per concludere, nel vivere esperienze di realtà virtuale, nessuno si erga a giudice del comportamento degli altri. Viviamo liberamente la nostra avventura virtuale, per ogni scopo che riteniamo lecito. Sforziamoci di essere il più possibile obiettivi nel rifuggire la critica, o la sentenza facile. Unico filo conduttore, deve essere il rispetto degli altri e la propria dignità personale, ma anche una grande apertura e disponibilità al dialogo e alla comprensione delle ragioni altrui.

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  1. 4 giugno 2012 alle 08:43

    Del tutto d’accordo sul voice: giustamente il dilemma va ricondotto al più grande tema della “privacy” e del complicato equilibrio RL/SL.
    Condivido anche su questo piano più generale le osservazioni di Aquila, ma aggiungo un altro elemento di riflessione: l’anonimato (assoluto o relativo) non è solo “protezione” del soggetto RL, ma anche PROTEZIONE DELL’AVATAR, della sua identità. Nel momento in cui si entra in SL si attiva una sorta convenzione fra tutti coloro che partecipano al mondo virtuale. La convenzione riguarda l’accettazione del fatto che le identità SL siano “vere” dentro SL, che esistano di “vita propria”. Come in qualsiasi gioco, come in qualsiasi rappresentazione teatrale o cinematografica.
    Se la convenzione salta, perché so che la mia amica Mika63 Barzane (inventata!) si chiama Clotilde De Lisi (inventata!) e il suo cellulare è 333 11111111, chiamarla Mika sarà sempre più difficile, come sarà sempre più difficile affidarsi a IM e chat, aspettando che sia on line, per scambiare due chiacchiere o comunicarle una cosa urgente. Sarà ovvio chiamarla per telefono, come sarà ovvio pensarla come Clotilde e non come Mika.
    Non ci si può godere fino in fondo il monologo di Cyrano se si pensa al personaggio sul palcoscenico con il nome dell’attore, e non si può investire in emozioni su un Riccardo III che chiede un cavallo nella battaglia, sapendo e pensando che fuori dal teatro ha parcheggiato la sua BMW :).
    Insomma, l’identità di Mika-avatar sarà depotenziata, perdendo quella “realtà” che ci garantisce di investire emotivamente sugli avatar, primo fra tutti il nostro stesso. Chi non avverte, infatti, una sorta di istintiva (o volontaria) e sia pure parzialissima “amnesia” riguardo alla propria identità RL, quando sul video appare la figuretta del suo avatar?
    Si tratta di sottili meccanismi psicologici che garantiscono una più intensa partecipazione, un migliore “vissuto” di SL. E proprio perché sottili, sono meccanismi delicati. Torno al tema voice: su questa delicatezza, l’impatto di un elemento così caratterizzante come la voce (o il nome RL…) non può non avere effetti pesanti.
    Fatte salve tutte le considerazioni sull’onestà e sulla buona fede nel tacere o nel dire del sé RL, insomma, cerchiamo di non mettere a repentaglio la vita delle deliziose creature che curiamo in ogni dettaglio, che proteggiamo da griefing e hacking, e che sono fragili come delle marionette appese al filo immateriale della connessione o come degli eterei burattini fatti di luce, ombra e colori.

  2. Eva
    3 giugno 2012 alle 22:39

    Chi vivrà vedrà, si dice in certi casi tra i quali potrebbe rientrare questo. Il nostro discettare attorno alla vita virtuale è privo di riscontri perché è la prima volta, nella storia dell’umanità, che accade questo che noi chiamiamo “mondo virtuale” e che non può ridursi alla parabola narrativa di “c’é posta per te”, rifacimento di un film degli anni 40 basato sulla corrispondenza, via posta ordinaria, di due amici di penna. Insomma è semplicistico pensare che l’innovazione tecnologica porta ad una semplice traslazione da mezzo a mezzo, delle solite problematiche di sempre. Anche, si ma, il mezzo, comporta differenze anche sostanziali perché il mezzo è sempre passibile di interpretazione creativa da parte di chi lo usa.

    Tornando a noi, ognuno si esprime sulla base di intuizioni che suppongo non casuali ma fondate su una propria cultura personale. Ora, constatare che gli interlocutori restano apparentemente della propria opinione, significa che, a monte, questi interlocutori possiedono un certo impegno messo nel riflettere sul tema e che questo impegno, appunto perché tale, non è un qualcosa che si è disposti a gettare via così… per una questione di chiacchiere o altre vaghe questioni.

    Piuttosto, è giusto poter esprimere queste opinioni personali, fondate su intuizioni tra le quali però, inevitabilmente, alcune saranno più valide di altre. Ma questo potrà dimostrarlo solo il tempo, anche se un minimo di approccio scientifico potrebbe valutare degli indizi che di sicuro ci saranno. Che so, relativamente al VW potrebbe sussistere una specie di “omogeneità dimensionale”, per esempio. In ogni caso, se anche vi fosse, è giusto che valutarla resti un problema (filosofico) dei singoli.

  3. serena domenici
    3 giugno 2012 alle 15:59

    Aquila, avevo preparato anche io qualcosa sull’uso del voice o meno…
    Ma tant’è lhai fatto tu in maniera esaustiva…
    Io posso solo aggiungere, che rispetto il libero arbitrio di ciascuno a patto che non sia un escamotage per prendersi gioco del prossimo e non mi riferisco a chi è donna e si spaccia per uomo e viceversa…Mi riferisco a qualcosa di più profondo che non deve a questo punto valicare i confini di sl…Se è qualcosa che rimane all’interno del metaverso ci può stare ,ma se va al di là è giusto ci siano i riscontri del caso…

  4. Claudio MacFanatic
    3 giugno 2012 alle 15:52

    Concordo su quanto espresso, e aggiungo che:
    1) la scelta di usare il voice o meno è prettamente personale, le motivazioni da un lato o dall’altro sono insindacabili qualunque esse siano.
    2) la scelta di avere rapporti di qualsiasi natura con chi fa uso o meno del voice è altrettanto insindacabile.
    3) trovo scorretto imporre la propria presenza a chi non voglia avere a che fare con noi perchè usiamo o meno il voice.

    La libertà dell’individuo termina dove inizia quella dell’altro…

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