Home > Virtual Psychology > Virtual Reality

Virtual Reality

By Eva Auer

.

Al riguardo della virtualità è assodato che esistono molteplici interpretazioni. La prima, che possiamo definire “mainstream”, si ispira agli equilibri sociali classici e tende a ricreare strutture sociali fondate su valori che, pur con un occhio di riguardo verso lo svago, comprendono un mix di business, prestigio culturale e sociale in varie combinazioni e dosaggi. Ciò definisce una piramide sociale che, così replicata, funge da telaio per rapporti e relative dinamiche interpersonali. Tutto ciò, traslato nel virtuale, si riteneva potesse offrire innovative possibilità creative e comunicative. Era un campo da esplorare e stimolava aspettative di gratificazione da parte dei vari giocatori-utenti e infatti, nel tempo, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a una certa varietà di iniziative caratterizzate da un indubbia vivacità creativa.

Osservandola criticamente, tale realtà replicata in pixel produce una società che risulta semplificata dal lato relazionale ma nello stesso tempo complicata da incertezze attorno l’identità dei partecipanti. In relazione a questo secondo aspetto e in base alle premesse di fondo, in questa tipologia di gioco ci si sente stimolati a mettere in campo la propria vera identità e non mancano le citazioni della propria realtà concreta. Lo scopo sarebbe prima di tutto quello di referenziare la propria competenza ma, curiosamente, ciò deborda nell’aspetto sociale, dove si cede facilmente alla tentazione di applicare lo stesso schema. E’ osservabile che la coesistenza di motivazioni ufficiali con altre ludiche è quindi un diretto ma innegabile aiuto verso la selezione di partners, perché il lato sentimentale, anche se non obbligatorio, è pur sempre una possibilità che rimane nello sfondo.

Di fronte a questo spettacolo, mi viene spontanea una riflessione. Se prendo una foto della mia carta di identità e la riproduco sullo schermo di un computer, non si può certo dire che quella è una mia immagine virtuale: è una semplice riproduzione e, si badi bene, non di me ma della mia immagine. Per definire me, il mio “mood”, devo personalizzare e pertanto se, sempre su uno schermo, appare una mia foto manipolata in qualche modo o, anche, dove assumo una qualche posa, si tratta di una foto che non offre un immagine vera di me ma un interpretazione. Infatti le fotografie dei documenti di identità sono espressamente richieste “inespressive”. E’ quindi noto che le immagini possono offrire immagini falsate, sopratutto se l’immagine in questione ha un espressione unita a una certa illuminazione e angolazione di ripresa. Per questo, già attorno alle fotografie, nascono articolati discorsi attorno alla realtà dei sentimenti che vi sono illustrati. Però non siamo ancora entro la definizione di virtuale, almeno secondo l’opinione comune.

Nel Devoto-Oli, alla parola “virtuale” sono associati molti significati. Quello principale è “che è in potenza e non in atto “, poi seguono altre definizioni prese sopratutto dalla fisica, dove il termine è contrapposto a “reale, effettivo, rispetto alle grandezze introdotte convenzionalmente per studiare e rappresentare il comportamento dei sistemi”. Esiste persino un’interpretazione fiscale riferita alle marche da bollo virtuali, che vengono pagate direttamente senza la materiale apposizione dell’adesivo sull’atto per cui vengono pagate.

Continuando, noi sappiamo che “virtualità” è detto il cyberspazio che, sempre nel Devoto-Oli è definito una “realtà artificiale globale che può essere visitata simultaneamente da milioni di persone tramite reti di computer e nella quale avvengono scambi di varia natura”. Quindi, essendo la virtualità un frutto della tecnologia, è preferibile definirla con il significato che viene dalla materia scientifica. La prima cosa che subito torna in mente è quel “comportamento dei sistemi” appena citato. E’ altrettanto vero che quello di offrire di se stessi un immagine manipolata è un atteggiamento culturale che avviene, in maniera massiva, dal dopoguerra, e lo stesso atteggiamento è nel bagaglio culturale dei giocatori all’interno dello spazio virtuale dove propongono se stessi secondo uno sviluppo dello stesso “modo”, cioè tramite un interpretazione. Né più, né meno secondo la stessa filosofia con cui impugnerebbero un ideale macchina fotografica con cui fotografano se stessi.

Pertanto, in questa interpretazione di se stessi avviene il legame logico che unisce la virtualità al sogno, intendendo per sogno quel qualcosa di magico definito dal linguaggio che abbiamo appreso dallo star-system. Le stars, è noto, fanno la storia del nostro costume e appaiono infatti al pubblico tramite immagini solo manipolate. Tant’è che la loro naturalezza fa notizia, come sanno bene i curatori di quelle rubriche “without makeup”. La cosa non fa però scandalo ed è metabolizzata con naturalezza perché  l’ambiente delle stars non nega di essere ed è comunemente accettato come “sogno”. In poche parole, il sogno è un elemento sociale, non ha nulla a che fare con la fisica ed è, anzi, espressione di un qualcosa di irrazionale e inconscio, fatato, assolutamente umano.  Per questo il sogno aveva preso la strada della diffusione. Dagli schermi dei cinema era passato a quelli televisivi e tramite quelli era diventato popolare, confondendosi alla realtà della TV-verità mentre si sviluppava un altro mezzo dove si definiva la virtualità. Lì, Facebook creava un codice che veniva accolto da molti milioni di persone ansiose di diffondere le proprie storie personali che somigliano sempre di più a sceneggiature.

In tutto ciò, “virtualità” e “sogno” diventano due parole che si usano per concetti sempre più vicini e che, in molti casi, già si sovrappongono. Per questo motivo, osservando le fotografie lì diffuse, non sono certa se usare la parola “virtualità” o “sogno” ma di sicuro, quello che vedo nell’immagine, non sarà mai una persona reale.

 http://www.classicitaliani.it/leopardi/prosa/Leopardi_discorso_poesia_romantica.htm

Propongo, da questo link, una citazione:

“Già è cosa manifesta e notissima che i romantici si sforzano di sviare il più che possono la poesia dal commercio coi sensi, per li quali è nata e vivrà fintantoché sarà poesia, e di farla praticare coll’intelletto, e strascinarla dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee, e trasmutarla di materiale e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale”

La utilizzo per dimostrare come i concetti non sono immobili ma in movimento. Ritengo, questo, utile per definire un altro aspetto della virtualità in seno al metaverso e risiede in un diverso livello rispetto a quella società che ho descritto all’inizio. Dico subito che il propulsore che permette lo spostamento verso quest’altro livello è dato dalla poesia, dall’arte.

L’arte è un qualcosa che coinvolge i sensi e, nel metaverso, i sensi sono sopratutto sollecitati nel suo underground fatto di situazioni disordinate ed emotive. Se ne discute a livello superficie, se le sue finalità sono apparentemente o concretamente immorali, se quei viaggi dentro fantasie e sensazioni sopratutto visive, che qualcuno, definisce “non vere” mentre invece possono essere molto autentiche, nel modo in cui è autentica l’arte: tramite sensazioni.

Alcuni affermano che è vero solo ciò che è provato dalla scienza ma arte e scienza non sono cose distinte ma comunicanti, perché la scienza definisce una porzione di caos già indagato dall’arte che, quindi, nell’ambito dello scibile, costituisce, semmai, “avanguardia”. Pertanto di due zone del metaverso separate è erroneo. Semmai sono diverse forme d’indagine e la zona più magmatica è appunto nella semioscurità dell’underground virtuale dove i contenuti possono essere imbarazzanti, di certo opportuni non a solo a persone adulte, ma adulte accompagnate da una certa esperienza che almeno in linea teorica permette di discernere il messaggio nell’apparente inspiegabile caos comportamentale.   Uso la parola caos perché, contrariamente a quello che sostengono i cultori della filosofia della via di mezzo, noi siamo più caos che stabilità e pertanto è ciò che cerchiamo, essenzialmente, è proprio il caos che abbiamo perso all’interno del nostro mondo schematico.

Nel caso specifico, il caos è fatto di rapporti interpersonali che possono non essere esattamente canonici ma certamente con il potere di scatenare “sensazioni” e discussioni d’intorno. Spesso con riferimenti alla morale e altre discettazioni sull’equilibrio interiore. Non si tratta, insomma, di un qualcosa di sempre superficiale come afferma chi si sofferma all’altrettanta visione superficiale degli osservatori che avevano fretta di piantare la loro bandierina sull’argomento. Questa faciloneria ha offerto e insiste ad offrire ragioni in sostegno a una certa idea di libertinismo, che da sempre ha la pretesa di essere liberatorio e rivoluzionario mentre in realtà il suo fine è solo reazionario, oscurantista ed esoterico.  Sostengo che in questa dimensione si definisce la vera arte di SL, quella che si alimenta con i linguaggi del nostro vivere comune e lo mette in discussione come l’arte moderna mette in discussione la sensualità codificata che viviamo, così pornograficamente finalizzata come veicolo di messaggi funzionali ad interessi di speculatori che sorridono, curati e in giacca e cravatta, per celare il loro nichilismo.  Insomma, come avveniva tanto tempo fa con la poesia, oggi, tramite i mezzi di cui disponiamo, si cerca un linguaggio metaforico moderno per raggiungere l’intelletto partendo dai sensi. Non deve sorprendere che ciò avviene tramite un linguaggio che piega al suo scopo il linguaggio pubblicitario. Come accadeva anticamente, è lungo le vie carovaniere, dove viaggiavano le merci, che viaggiava la cultura. Al giorno d’oggi, questa cultura non può trattarsi se non di arte moderna, quindi astratta ed inquietante. La via di comunicazione non è la strada carrabile ma la linea telefonica.

In risposta con lo stordimento e la frustrazione che tutto ciò può generare, sono numerosi gli appelli alla semplicità. Ma se io credessi nella semplicità, crederei anche che esistano confini netti. Questo non è vero e lo sappiamo sopratutto noi che frequentiamo la virtualità, dove le situazioni che ho detto non sono distinte ma convivono nello stesso spazio fisico e, spesso, nelle stesse persone. Come ognuno di noi, intimamente, sa.

Chiudo con la citazione di un’intervista di Gianni Morandi a Monica Bellucci, che contiene alcuni riferimenti a quello di cui ho parlato in questo post. Sogno, realtà. Personaggi, persone reali.

http://www.youtube.com/watch?v=6r4Z1dUVqcU

Annunci
  1. Giampiero
    9 aprile 2012 alle 20:05

    Un tempo anche per me gli articoli di Eva erano un vero rebus: potevo fumarmi il cervello per ore senza mai venirne a capo. Leggevo e rileggevo le sue frasi senza costrutto.

    Quindi, qualche tempo fa, anche io avrei invocato da parte sua un pò di semplicità!

    Ora non più : infatti ho compreso che eva si limita ad abbellire con un pò di make-up ed a rivestire con abiti sofisticati e sontuosi qualche bifolco analfabeta. Nessun mistero, nessun segreto, dunque, ma solo qualche voluminoso e colorato pacco, che una volta scartato risulta miserabilmente vuoto.

    Perciò, caro Umberto,
    Ti spiego io – in una riga – ciò che l’articolista intendeva dire:

    SL è divisa, in modo sfumato, tra quelli che praticano la c.d. cultura e quelli che fanno sesso.

    • Eva
      10 aprile 2012 alle 02:17

      @Giampiero

      Però, accidenti che sofisticato senso dell’umorismo! Ricordi nientemeno che la scena del film “il grande dittatore”

      http://it.wikipedia.org/wiki/Il_grande_dittatore

      quando lui (il dittatore) detta alla segretaria una marea di parole e lei, alla macchina da scrivere, pigia, per scrivere, in tutto un solo tasto. Ovviamente perplesso, Eynkel (il nome del dittatore parodiato da Chaplin) si avvicina e legge. Legge per un tempo che ci fa sospettare che quell’unica battuta fosse anche la riproduzione completa del suo discorso e, comunque, suggerisce un’aggiunta che la mimica corporea dell’attore ci fa pensare puntigliosa e quindi pronuncia, se non ricordo male, un sintetico “zu”: a quel punto la dattilografa esplode in una marea di battute.

      Insomma, come scrivere una frase come la tua e ricevere, in commento, quello che ho scritto io. Sarebbe irresistibile ma forse ho guastato la sorpresa.

      • Giampiero
        10 aprile 2012 alle 22:34

        in questo momento mi sento come la dattilografa…

  2. Eva
    9 aprile 2012 alle 14:28

    @Umberto
    Apprezzo la battuta 🙂
    La semplicità esiste, ma credo sia una finalità che si può coltivare solo nell’intimo. Per lo scrivere mi scuso, risente di una certa fretta data dal “tempo che incalza” e, in aggiunta, l’oggetto in discussione è abbastanza vasto. Io, comunque, non pretendo di salire in cattedra ma i miei interventi vanno letti nell’ottica di una discussione corale entro la quale non pretendo di far prevalere la mia voce né la mia opinione.
    Fondamentalmente questa, al riguardo del cyberspazio, consiste nel fatto che lo si può considerare formato da due parti o zone. Una prima che replica determinate cose e una seconda più caotica e animata da pulsioni più “astratte” come desiderio, feticismo, manie, ossessioni, paure.
    La citazione “romantica” l’ho ritenuta opportuna perché, per esempio, la poesia era prima un insieme di parole che descrivevano delle situazioni “reali” (pur con parole assemblate in una certa forma estetica), in seguito le stesse parole diventavano un mezzo per andare verso l’astrazione (finalmente laica). Ecco, io ritengo che il metaverso, con questo essere fatto di due “zone” segua lo stesso percorso. Solo che le nostra astrazione di testi e immagini non tratta alti ideali che possano competere con il tema divino ma desiderio, feticismo, manie, ossessioni, paure.
    Ti ringrazio per la tua attenzione.

  3. 8 aprile 2012 alle 21:12

    Ciao Eva, ho cercato di comprendere quello che hai scritto, ma nonostante il notevole sforzo, ci sono riuscito solo in minima parte.
    Gli argomenti che tratti sono oggettivamente interessanti, peccato solo che tu non creda nella semplicità, soprattutto nello scrivere un articolo.
    Non capisco questo tuo complesso articolare che, almeno per quanto mi riguarda, finisce solo per confondermi.
    La seconda parte del tuo articolo, non l’ho proprio capita. In particolare la citazione sul romanticismo.
    Potresti in maniera più chiara e concisa spiegare soprattutto questa seconda parte?

  4. Eva
    8 aprile 2012 alle 17:09

    “Pertanto di due zone del metaverso separate è erroneo.”

    va letta:

    “Pertanto, parlare di due zone separate del metaverso è erroneo.”

    Ah! dannazione all’editing… o meglio: se c’è una cosa che detesto fare è l’editing dei miei stessi scritti. Sopratutto a monitor.

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: