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L’altro non esiste?

by Volando Amat

In un poema di Elliot, c’é scritto, se io lo traduco correttamente: ” Dov’é la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’é la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’é la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?”. Come il filosofo maledetto Cioran potrebbe aggiungere: “Dove sta l’ideale che abbiamo perso diventando creatori di cose concrete, smettendo di essere “artisti interiori ?”  E si potrebbe anche aggiungere un’altra domanda: “Dove sta il Dio che abbiamo perso con l’incarnazione?”  Secondo Cioran l’altro non esiste: “Non ho mai trovato nessuno, non ho fatto che imbattermi con ombre scimmiesche o sinistri”.

Per rispondere a questa domanda, io mi dico che tutto quello che siamo, prima lo abbiamo desiderato o sognato di essere. Siamo quello che la nostra nostalgia ha prodotto per noi. Ma perche ci risulta pericoloso l’altro? E perché soprattutto allo stesso tempo lo desideriamo e desideriamo la sua compagnia? Credo che ci sia connaturale il paradosso. Siamo autisti e sociali allo stesso tempo. Da una parte vogliamo la solitudine, arrivare ad essere indipendenti, senza che ci disturbi nessuno, senza l’ingombro della convivenza o compromessi che la convivenza impone essere; e ci spinge verso il desiderare un’isola deserta e privata, per esempio in Second Life, dove niente dobbiamo temere o ci sarò imposto. Dall’altra parte, le nostre nostalgie ci fanno sentire esiliati come Ulisse della nostra patria, del posto dove desideriamo condividere, di farne partecipi gli altri e partecipare.

La prima cosa é sentire la Nostalgia, poi sapere “di cosa”, anche se a saperlo veramente non riusciremmo mai … ma andiamo sempre alla ricerca del nostro perchè. Una volta acquisita la nostra paradossale condizione, possiamo domandarci quale strada intraprendere per risolvere la perplessità e l’irrisolto che c’è in noi, quando qualche segnale di un possibile “Altro” ci appare. Robinson Crusoe, ad esempio, si era accomodato alla sua  solitudine e aveva dimenticato “L’altra parte di se”. La mia realtà dipende dall’altro” (Marìa Zembrano, pensatrice spagnola).  Quando qualcuno opta per essere la metà di quello che é,  guarda quello che gli domanda l’altra parte di se, con timore.  Il timore.  L’esperienza Unipolare di Robinson Crusoe aveva fatto di lui un nevrotico, per questo, per la sua nevrosi, aveva paura di attivare l’altra parte di se, quella che veniva a contraddire la sua istallazione nell’autismo, nella solitudine volontaria.  Robinson Crusoe non é altro che un personaggio creato da Defoe, é un mito, e il mito che vive da se, e allo stesso tempo “perché mi serve e perché lo voglio” diventa patrimonio culturale e come tale possibile manipolarlo, usato per vedere in lui, quello che vedo e quello che voglio vedere, perchè quando un’opera, in questo caso un libro, arriva a una accettazione universale, lascia indietro il suo creatore e diventa patrimonio di ognuno di noi.

Quando ci avventuriamo ad uscire nel mondo, l’ultima cosa che desideriamo è che ci contraddicano, e speriamo che l’Altro, non sia altro che un prolungamento di noi stessi.

Questo è quello che Freud definisce “narcisismo infantile”, quando cominciamo a vedere, vivendo, che non è così, che l’Altro non é una parte di me, ma é un “Tu”, con i suoi propri desideri, con un suo proprio programma di vita e di maniera di attuare. Non é che rinunciamo nel nostro intento di fare di lui un’unità simbiotica adattata ai nostri desideri, e per questo, usiamo diverse sistemi: l’imposizione della nostra volontà sulla sua (di qui, l’istinto al potere) dell’annullamento di tutto quello che impedisca che l’altro ci contraddica, piuttosto che sparisca o ci ritiriamo noi da dove lui si trova, fino all’isola deserta, fino a Second Life compreso.

Ci sono altre formule che usiamo, compresa quella di accettarlo (cosi nell’amore), come se fosse quello che mi aspettavo da lui o da lei. E poi vada come vada a finire … Per tutto questo, Robinson Crusoe si impaurisce quando scopre nella sabbia l’orma “di un’altro essere umano” e il suo primo gesto, è quello di correre a mettere i salvo i suoi averi.

Lo stare in Second Life fa bene alle persone che hanno una visione disincantata delle cose, quelle che appartengono ai non compiuti, a quelli che hanno timore di chiudere il cerchio, rispondendosi e convinti di farlo intorno a quello che sono. “Un se stesso” compiuto e rotondo. Non ho mai capito quelli che sanno rispondere alla domanda: “Chi sei?” e difendono e proclamano di “essere se stessi”, come se fosse qualcosa di concreto e definito, e definitivo, qualcosa che si può portare in tasca, come qualsiasi altro documento da mostrare se necessario. Ogni qual volta ho domandato a queste persone, e come é “te stesso?”  sono diventati vaghi e non mi hanno risposto. So di me due o tre cose, e vado alla ricerca e mi cerco negli altri, suppongo che in un modo o nell’altro ognuna trova una maniera appropriata per stare nel proprio ambiente, nel mondo.  Quello di cui mi sono convinta, guardando dal balcone della mia vita, é che il  mondo, sia esso virtuale o reale, é pieno di  persone che vivono diverse vicissitudini, ma che alla fine chiedono qualcosa che si chiama: affetto. E se ritorno indietro al “principio” di me, il ricordo più pungente e vero, era il mio desiderio che tutti mi amassero, mi accogliessero, questo vedevo, e vedo, dal balcone della mia esistenza, un balcone che a volte può dare la vertigine, e da dove si vedono tanti “Altri” e l’Altro o il Tu, non mi sembra che chiedano altro che essere accolti.

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Categorie:Virtual Psychology Tag:,
  1. volando Amat
    5 marzo 2012 alle 14:02

    Serena, a me dispiace che tu abbia recepito quel mio post, come un;” te la sei cercata” non era questo che volevo dire. Non negavo che le azioni di cui tu parli accadano (vecchio diritto che il maschio ancora custodisce in fondo a se) Io mi sono permessa e forse non dovevo, dire che quei comenti in altri luogui non si fanno (almeno espero) ma non perche luogui frequentati da intelletuali, io vado ad imparafacile o Second fisique, perche voglio intentare imparare, sono sempre e soltanto allieva,non sono ingrado di insegnare nulla. Mi piace scambiare idee, dialogare , questo si, e questo ho cercato di fare qui.credimi, un abbraccio.

    • Serena Domenici
      6 marzo 2012 alle 12:37

      Volando ,l’importante è chiarirsi. Discutere in modo civile di qualsiasi cosa è sempre un arricchimento reciproco:).

  2. stè
    4 marzo 2012 alle 11:30

    Eva, credo che la spiegazione di quella contraddizione sia la “paura”. L’uomo (e la donna) d’oggi temono l’incontro con lo sconosciuto incontrato per strada. L’Aids ha dato il suo bravo contributo a questi timori. Il Sito su Internet non dà (a mio avviso) sicurezza (di quanta gente strangolata a seguito di incontri fatti su chat abbiamo sentito parlare?), ma ci fa sentire più sicuri, più protetti, specie se ci si ferma al mero “incontro virtuale” e non si va oltre quello.

  3. volando Amat
    4 marzo 2012 alle 11:19

    Ogni cosa ha un suo confine che la delimita da ciò che le è esterno. Un limite fra il suo essere e il suo non essere. Se invece del concetto di limite usiamo quello di margine dovremo considerare non una pura linea di confine fra i due domini ma un piccola area che si interpone fra di essi. Chi è vissuto in una zona di confine sa che oltre al confine , linea immateriale che separa due stati, esiste un area marginale, in entrambi gli stati, ove le cose si confondono e dove avvengono i caratteristici traffici e le tipiche contaminazioni culturali e sociali di queste zone,( molto simile secondo a me, al luogo in cui ci collochiamo quando entriamo in second life).
    La periferia è la sede della sensibilità proprio perché la sensibilità consiste nel prendere consapevolezza dell’altro e la periferia o il margine è appunto la zona di comunicazione fra se e gli altri. Così tutte le zone che confinano con l’ignoto assumono molta importanza proprio perché l’ignoto ci fa paura e quindi il suo confine diviene sensibile alle più insensate paure.Una persona compiaciuta di sé sa , o crede di sapere, quello che è. Mentre una persona che non si ama in modo particolare tende a pensare a quello che avrebbe voluto o potuto essere e non è stato e a definirsi quindi per negazione, per quello che non è.
    Shakespeare (mancherà qualche h?) nell’Otello dice questa frase che rovesciata rende bene l’idea di quel che penso. Per dissuadere, falsamente, Otello dalla sua gelosia Jago (mi sembra) dice : “ma signore non è che un sogno” e lui risponde :” si ma un sogno che rivela un fatto”. Se Jago e Otello fossero stati esseri marginali avrebbero detto : “ ma signore, non è che un fatto” “si ma un fatto che rivela un sogno”. Ma Jago e Otello non sono marginali, anzi sono il nucleo stesso del tradimento e della gelosia. Se fossero stati marginali rispetto ai loro vizi la loro storia sarebbe stata diversa esteriormente, nemmeno da raccontare, ma specularmente identica, per negazione, a quella vera.
    Concludere questa divagazione non si può , tutto rimane aperto e discutibile e chi non appartiene alla marginalità ed è ben inserito nella propria condizione esistenziale non capirà mai come le cose appaiano a chi mette in discussione, per congenita insofferenza, le proprie appartenenze e non riesce nemmeno a tifare con convinzione per una squadra di calcio.
    Penso ci sono diversi modi di vivere, di comportarsi e ancora più importante, di “cercarsi” in SL.

  4. 3 marzo 2012 alle 11:19

    Io tra tutti, forse do ragione a.. tutti! 🙂 Volando, in sintesi, credo che parli della ricerca dell’altro, come una parte di sè, mentre crediamo di avere a che fare con “l’altro”. Noi in fondo, per capire noi stessi dobbiamo relazionarci con gli altri. La canzone di Barbra Streisand lo dice bene: People, people who need people, Are the luckiest people in the world, We’re children needing other children, And yet letting our grown-up pride, Hide all the need inside (La gente che ha bisogno della gente, sono la gente più fortunata al mondo. Siamo bambini che cercano altri bambini, ma permettiamo al nostro orgoglio da adulti di nascondere i nostri bisogni).
    Cerchiamo comprensione e di essere accolti, spesso, proprio come dice Volando. Spesso vogliamo solo che gli altri ci apprezzino, ci “vedano” almeno. A volte basta un saluto, un apprezzamento su qualcosa che dici, o che fai per farti sentire a tuo agio. Io ho tante amicizie femminili, meno maschili. Perchè spesso ci capiamo e abbiamo più cose da dirci. Tendiamo ad aggregarci con persone che ci somigliano, perchè si sta meglio ma anche per conoscere noi stessi, e spesso ci scontriamo con “l’altro” quando lo scopriamo diverso da noi, a volte perchè ci vediamo i nostri difetti..penso che questo accada livello inconscio. Spesso restiamo delusi, perchè coloro che ci somigliano e a cui ci affezioniamo (diciamolo, sl è un gioco, ma oltre alla mente, ci mettiamo i sentimenti, e intendo a livello di amici come di coppia), li vediamo diversi mentre vorremmo che fossero il nostro “specchio” appunto, citando Volando. Sto imparando ora ad apprezzare le diversità, o per lo meno di accettarle. Io vedo gli altri come se fossero a pezzi. La parte che non mi piace di qualcuno, cerco di metterlo da parte, a volte, e vedere se ha una parte che mi piace, e spesso la trovo. A volte non ho voglia e ritengo non valga la pena di approfondire e lascio stare. Non devo e non mi sento obbligata comunque a frequentare nessuno qui su SL. Ed è questo il bello. La libertà.
    Ma generalizzazioni non se ne possono fare mai. Là dentro, ci può essere tutto quello che vuoi. Tutto quello che la tua fantasia ti richiede.
    Ironicamente, posso dire che costa molto meno di una seduta dall’analista, o di quelle terapie di gruppo dove la gente si incontra e ci sfoga di tutte le proprio frustrazioni davanti un pubblico ristretto e anonimo.
    Stefano parla di una SL che può sostituire a volte gli annunci dei “cuori solitari” ed è per questo che “uno su mille ce la fa”, perchè non tutti usufruiscono di questo mezzo con le stesse motivazioni e aspettative. E a volte ci si presenta come quello che vorremmo essere piuttosto che quello che siamo. E’ quello su cui si ci si inganna in molti.
    E’ vero anche quello che Serena dice in altro post, sul fatto che c’è molta gente che rasenta lo stalking, che se appena gli dai confidenza si crede in dovere di massacrarti di chiamate o di proposte indecenti. Ma in quel caso, c’è il meraviglioso mezzo del mute, quel fantastico tastino che ti fa sparire le persone che davvero di relazionarsi non hanno voglia ma solo di esprimere le loro frustrazioni nel tormentare altri.. C’è di tutto, qui come nel reale, basta usare i mezzi a disposizione e si evitano.
    SL può essere quello che vuoi, e ci vuole un minimo di intelligenza e semplicità nel capire cosa ne vuoi fare, e cosa vuoi fare di quello che ci trovi. Ma, si sa, l’essere umano semplice non è. C’è chi si ricostruisce una vita con gli stessi schemi reali, perchè altrimenti se cambia troppo si sente insicuro. C’è chi vive una vita assolutamente all’insegna della “dissolutezza morale” e meno male che si può fare anche quello senza danni su SL. Chi vuole un lavoro fisso, una relazione tradizionale con tanto di matrimonio (con cerimonia!!), casa e figli a carico! Chi si cura l’avatar fino all’ossessione della ricerca della perfezione e chi usa la creatività per costruire, per creare cose, idee eventi. Qui almeno, a differenza del reale, puoi frequentare chi vuoi e puoi essere chi vuoi. Puoi evitare quelle situazioni “di comodo” o di “facciata”, frequentare gente o ambienti che non ti piacciono. Ma l’essenza di te traspare sempre. Il tuo carattere, i tuoi gusti. Sono quelli, non puoi nasconderli.
    Ha ragione anche Eva, dove dice che SL sarebbe un errore considerarlo in prima battuta come luogo d’aggancio. E’ effettivamente un luogo, è una vita. E come seconda vita, può contenere assolutamente tutto. Nel bene e nel male. Basta che non ci dimentichiamo che esiste la prima. Questo è il problema. Molti approcciamo Second Life perchè il nome stesso ci fa pensare a una seconda opportunità, dove in reale non riesci in qualcosa.
    Io sono stata fortunata. Ho molti difetti, sono lunatica ed egoista e due minuti dopo sono estrosa e generosa. Non sono facile. Ho incontrato tante buone persone, e tanti buoni sentimenti, oltre che divertimento e una grande e forte passione per una persona. Vera. Ma tutti sanno chi è.. 🙂 Li frequento perchè tirano fuori la parte migliore di me.
    Mi piace la semplicità e l’umiltà con cui scrivi, Volando, senza puntare il dito e guardando, pur disincantata, al mondo di sl come a un qualcosa che, se si vuole si può comprendere, se non accettare. Se ho scritto troppo, o sono andata O.T., perdonatemi. Se ho fatto degli errori bacchettatemi liberamente. 🙂

    • stè
      4 marzo 2012 alle 12:41

      Il nostro modo di relazionarci agli altri cambia spesso, secondo me, perchè siamo condizionati dagli ambienti. Su Second Life, io credo sia molto più semplice rapportarsi agli altri e rivolgere la parola a qualcuno (a volte, si esagera anche: l’esempio che citi, fatto da Serena in un altro post, quello dello “stalking da im”, è emblematico). A parte Volando, che, in modo molto oxfordiano, dà del “lei” anche su un blog, su Second Life, tutti danno del “tu” a tutti (il “voi” credo sia scomparso anche nel linguaggio corrente), come se rivolgere la parola ad uno sconosciuto, incontrato due minuti prima, sia la cosa più naturale del mondo. Ma credo sia normale in una “community”, perchè ti dà il senso di appartenenza e di comunanza. Ti fa sentire parte di qualcosa. Non so quanti di noi, nella propria real life, siano capaci di comportarsi allo stesso modo, senza barriere sociali e/o culturali.
      Credo che sia questo uno dei motivi per i quali, senza accorgercene, perdiamo il nostro orientamento e questo ci fa sentire naufraghi su un’isola deserta (per citare il Robinson Crusoe del post). Sentiamo gli altri molto diversi da noi, sbandiamo, non sappiamo dove siamo, dove stiamo andando, e ci sentiamo perduti in un labirinto senza via d’uscita. Quando accade? Quasi sempre dopo la fine di un amore (aridaje), dopo un abbandono, ma anche quando perdiamo una persona cara, quando il lavoro ci lascia a piedi, quando ci sentiamo estranei agli altri e con gli altri. Altre volte, questa sensazione di disorientamento ci sorprende come un fulmine a ciel sereno: ci sentiamo improvvisamente stranieri alla routine, nelle abitudini. E ci chiediamo se stiamo facendo la vita che volevamo.

      Quando ti arriva addosso quel senso di smarrimento, guardiamo come estranei gli amici, il compagno o la compagna, i colleghi di lavoro. Nonostante i nostri sforzi per mettere ordine e per conquistare un nostro posto ben definito nella società, sappiamo che c’è sempre quella domanda in agguato, qualcosa di inafferrabile che ci spinge a perderci, a mettere in discussione tutto, proprio tutto. Anche noi stessi. Questo ci fa sentire disorientati, perchè qualcosa dentro di noi vuole spazzarci via, vuole allontanarci dalle nostre certezze, dai soliti ragionamenti, dalla nostra storia. Questo crea – secondo me – quel vuoto e che ritrovo nelle frasi citate in apertura al post: “Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?”. “Non ho mai trovato nessuno”.

      Quando svanisce il nostro misero Io, quando non ci arrendiamo e non smettiamo di lottare, quando smettiamo di pensare solo a noi stessi, ai nostri drammi e alle nostre tristi vicende, allora riusciamo a vedere “altro” e gli “altri”, oltre noi stessi. Io credo che nel dolore, spesso, si riesca a trovare la gioia della vita, perchè l’unica felicità è quella di essere vivi. E basta a sè stessa. L’errore è quello di guardare sempre in una sola direzione, mentre non ci accorgiamo che la vita scorre in mille modi. Quando ci facciamo quella classica domanda che ci chiede: “Tu ti vuoi bene?”, a volte, rispondiamo “Sì”, quasi sempre mentendo, mentre se la risposta è “No”, sentiamo la necessità di aggiungere che è perchè non siamo stati amati abbastanza. Solo chi è stato amato può amare veramente. E qui mi fermo, perchè altrimenti rischio di andare nuovamente in OT.

      PS: bellissima la frase della canzone di Barba Streisand citata da Pap: “La gente che ha bisogno della gente è la gente più fortunata al mondo. Siamo bambini che cercano altri bambini, ma permettiamo al nostro orgoglio da adulti di nascondere i nostri bisogni”.

      Se domandate ad un bambino se si voglia bene, non saprà rispondere. Perchè un bambino non si fa tante domande, dall’amore si lascia semplicemente vivere, non lo vuole orientare e qui sta il segreto della felicità. Solo una cultura che ha perso il senso della vita e dell’amore vuol combattere gli occhi tristi dei nostri piccoli con il Prozac.

    • Nicole
      5 marzo 2012 alle 01:21

      Ducky, certo che c’è il mute.
      Vorrei chiarire una volta per tutte il mio pensiero.
      Io devo pur scrivere di qualcosa o no? Allora mi piace scrivere del brutto’ e del bello’ di SL.
      A tutto o quasi tutto c’è un rimedio. Solo per questo non se ne deve parlare?
      Non è puntare il dito.
      E’ dire le cose come stanno.
      Io ho trovato questo post di Volando molto bello. Meno bello il suo commento invece al mio articolo.
      In pratica io riceverei molestie, perché non frequenterei ambienti intellettuali. Insomma come a dire che me la cerco…
      O peggio: Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
      A parte che i cd intellettuali hanno avatar con i quali si divertono alla grande…ho trovato offensivo delimitare questi contorni.
      Patrizi e plebei, Guelfi e Ghibellini? Era una provocazione o cosa?
      Io dico le cose che penso. Amo il suono del Violino e non le sviolinate.
      Amo la gente di ogni razza, colore e ceto sociale.
      Amo soprattutto chi dice le cose in faccia.
      Amo soprattutto la buona educazione.
      Libertà libertà libertà…avendo il rispetto degli altri. I miei articoli in fondo, sottolineano sempre questo.

      • Pap
        5 marzo 2012 alle 13:21

        Io penso che ognuno abbia la sua visione del mondo rl e sl, e lo possa esprimere come vuole. Non è “come stanno le cose”, è soltanto un personale punto di vista di ognuno. Evviva la libertà 🙂 Concordo!

    • Serena Domenici
      5 marzo 2012 alle 01:27

      Ducky, certo che c’è il mute.
      Vorrei chiarire una volta per tutte il mio pensiero.
      Io devo pur scrivere di qualcosa o no? Allora mi piace scrivere del brutto’ e del bello’ di SL.
      A tutto o quasi tutto c’è un rimedio. Solo per questo non se ne deve parlare?
      Non è puntare il dito.
      E dire le cose come stanno.
      Io ho trovato questo post di Volando molto bello. Meno bello il suo commento invece al mio articolo.
      In pratica io riceverei molestie, perché non frequenterei ambienti intellettuali. Insomma come a dire che me la cerco…
      O peggio: Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
      A parte che i cd intellettuali hanno avatar con i quali si divertono alla grande…ho trovato offensivo delimitare questi contorni.
      Patrizi e plebei, Guelfi e Ghibellini? Era una provocazione o cosa?
      Io dico le cose che penso. Amo il suono del Violino e non le sviolinate.
      Amo la gente di ogni razza, colore e ceto sociale.
      Amo soprattutto chi dice le cose in faccia.
      Amo soprattutto la buona educazione.
      Libertà libertà libertà…avendo il rispetto degli altri. I miei articoli in fondo, sottolineano sempre questo.

  5. Eva
    29 febbraio 2012 alle 10:28

    Di questo scritto di Volando apprezzo l’indeterminatezza, cioè il suo NON essere alla ricerca di un qualcosa di definito e dai contorni netti come molti pretendono sia la realtà.

    Come ogni sogno, Second Life è una realtà. Uno degli aspetti che esalta è il nostro feticismo, termine che si vorrebbe relegato per ambienti circoscritti dove si trattano discorsi attorno a calze di nylon e stivali in pelle lucida e con tacco acuminato… Le cose non stanno soltanto così: il feticismo è un qualcosa di più vasto e riguarda la nostra adorazione per le “cose”, i manufatti artificiali. Infatti noi non prendiamo le cose per quello che sono, piuttosto abbiamo sempre in mente come dovrebbero essere. Questo genera un diffuso rapporto feticista con quella che pretendiamo sia la “realtà” fatta di “vero amore” e “veri rapporti umani”.

    Di fatto di reale non esiste nulla, ma solo un muoversi per far prevalere, a volte addirittura imporre, il proprio concetto di “cosa”, dove “cosa” sta per realtà. Su come questo possa generare forme fantasiose di ribellione, lascio quindi il campo libero agli arguti che ho notato che non mancano, nemmeno tra i lettori di questo blog.

    In ogni caso, Volando non incorre in quel senso di sdoppiamento che invece percepisco nei discorsi attorno al virtuale, dove l’io narrante fa, in sottofondo, sempre come una specie di gioco dei 4 cantoni tra realtà e virtualità. Le sue meditazioni di Volando, invece, evitano tu ti ponga questo dilemma RL/SL o similari che “basta la pressione di un dito su un tasto per interrompere”.

  6. volando Amat
    28 febbraio 2012 alle 02:06

    Ho letto con molta attenzione il suo articolo. Ho cercato di capire se era scritto come un proporre un’altra visuale di uno stesso tema e devo intentare un dialogo o se come mi pare, si tratta di un argomento a se. Interessante l’informazione che ci offre sul tema della COPIA, dell’amore,divorzi e ricerca dell’anima gemella. Ma lei, il mio articolo lo ha letto? “gli altri” non sono “L’altro” non ho parlato di amore ne di single o delusioni. Devo essermi espressa molto male e di questo le chiedo scusa.

    • stè
      4 marzo 2012 alle 11:51

      Ma no, Volando non si è espressa male. Sono io che forse ho letto male. Io ho parlato della coppia, perchè il post – secondo me, ma posso sbagliarmi – parlava anche di questi “altri” (vedi penultimo capoverso: “Ci sono altre formule che usiamo, compresa quella di accettarlo (cosi nell’amore), come se fosse quello che mi aspettavo da lui o da lei.”). Ho approfondito questo aspetto, perchè mi interessava parlare di “amore”. Forse, sono io che devo scusarmi con lei, se sono andato troppo Off Topic. Ma in un blog non deve farsi troppi problemi su come e cosa ha scritto, se trova dei commenti che parlano di altro. La scrittura internauta è come ogni forma espressiva: in un quadro uno ci può “leggere” (vedere) ed interpretare quello che vuole. D’altra parte, come lei stessa scrive in questo articolo: “Quando ci avventuriamo ad uscire nel mondo, l’ultima cosa che desideriamo è che ci contraddicano, e speriamo che l’Altro, non sia altro che un prolungamento di noi stessi.”.

      PS: è la prima volta che do del “lei” in un blog! 🙂

  7. 27 febbraio 2012 alle 22:15

    Io ho un approccio meno “filosofico-letterario” con l’argomento “coppia”. Perchè, oltre l’amicizia, la ricerca più assidua che l’uomo (e anche la donna) hanno sempre avuto, sia nella rl che in sl, è “l’altro” da amare. Oggi, alla radio, parlavano proprio di questo e dicevano che le statistiche segnalano (con allarme) che, in alcune grandi città americane, su due persone, una è single. Ho fatto una ricerchina su Google. E il dato preoccupante sarebbe confermato. Ne è venuto fuori un quadro del tutto nuovo della società “USA & getta”. Gli yankee hanno fatto lo storico sorpasso dei single ai danni degli ammogliati: il 45,6% degli americani è single, contro il 44,9% di sposati. E’ un trend che è partito nel 2006, quando i conviventi d’Oltreoceano superarono per la prima volta le coppie maritate.

    Insomma, negli Stati Uniti, dapprima ci si sposava, poi si è passati a convivere e ora si vive da soli. In Europa i single spopolano: dal ’68 ad oggi sono raddoppiati in Francia, in Svezia quasi un residente su due vive da solo, nel Regno Unito sono sette milioni (3 volte in più rispetto a 40 anni fa).

    E in Italia? I dati dell’ultimo censimento, ovviamente, non sono ancora noti e dobbiamo quindi rifarci un po’ agli ultimi forniti dall’Istat e a quelli più recenti degli istituti di ricerca.

    Dovremmo partire dal 1970, quando venne istituita la “legge sul divorzio” che diede la prima grande svolta alla “famiglia tipo” italiana. Nel 1997, l’ISTAT registrò in Italia 60.281 separazioni e 33.342 divorzi, con un aumento del 4,8% rispetto all’anno precedente. Anche qui da noi si ebbe un incredibile aumento delle coppie di fatto (persone che non volevano sposarsi per non affrontare costose e dolorose separazioni o divorzi o ex coniugati, separati e divorziati, che non avevano nessuna intenzione di ricascarci). Anche in Italia è in forte aumento il numero dei single (per scelta o meno). Il primato spetta alla città di Milano, dove si sfiora il 40%, più basse le percentuali al sud (Catania con il 15,9% e Bari con il 19,2%). In generale, però, il numero delle persone che vivono da sole è in aumento in tutta Italia, con un totale di 4 milioni e 594 mila single (i dati che ho trovato sono vecchiotti e risalgono al 1998, ma già registravano un aumento di 200.000 persone rispetto al 93-94). Sono gli uomini a preferire la vita da single, rispetto alle donne (6,6% contro il 3,3%), ma quando l’età è tra i 25 e i 44 anni, se l’età è più avanzata (dai 65 anni in poi) si ribalta tutto ed è il sesso femminile ad avere maggiore propensione per la vita solitaria (35,7% contro l’11,9%).

    Ma, a parte le cifre, ci si chiede quali siano le cause di questo progressivo aumento dell’instabilità della coppia. Stare da soli è meglio che stare in compagnia? Comporta meno responsabilità e anche meno spese. Con lo scoppio della crisi della New Economy c’è anche la difficoltà di trovare un lavoro o una casa a fitti sostenibili. Molti restano a vivere con la famiglia di origine (circa il 40% sono trentenni). Molte delle attuali famiglie “more uxorio” sono le cosiddette “famiglie ricostruite”, coppie in cui almeno uno dei partner ha già sperimentato una precedente esperienza matrimoniale (finita per morte, separazione o divorzio). La convivenza di configura come “modello alternativo al matrimonio” (5 milioni di nuclei familiari non sposati che rappresentano il 23% del totale).

    In conclusione, secondo l’Istat: 1 italiano su 5 oggi è single o convivente. Sarebbero 12 milioni le persone che si dividono tra single, monogenitori, coppie non coniugate o separate, senza scegliere alcuna forma per la nuova famiglia.

    Oltre i single per ragioni economiche, ci sono “i single per scelta”. La singletudine può essere comoda, perchè non devi dare conto a nessuno, hai i tuoi spazi, le tue libertà e non devi litigare con nessuno. Ci sono gli uomini delusi dalle donne (e le donne deluse dagli uomini). Quelli che aspettano la persona giusta. Quelli che non riescono ad impegnarsi in una relazione stabile. Quelli che pensano solo al lavoro. Quelli che credono nel destino. In realtà, il single non trova l’anima gemella perchè non si rende conto che l’ideale, in realtà, non esiste. Non si può pretendere la perfezione. Forse, bisognerebbe imparare ad accettarsi e ad accettare i difetti degli altri, oltre i propri. Tutti vorrebbero cambiarci. Secondo Fromm, l’uomo a differenza dell’animale, deve progressivamente abbandonare lo stato di fusione con la natura dalla quale vive. Spezzandosi il rapporto di unione con la natura, l’uomo si sente solo. Sentirsi soli, se non è una scelta, crea ansia e angoscia. La solitudine puà diventare una patologia. L’unica vera soluzione a questo problema è l’amore.

    Non credendo più nell’incontro, gli uomini (e le donne sole) si buttano a testa bassa sui siti di ricerca per “coppie & amori” in Rete. Dove ti basta inserire i tuoi dati, età, lavoro e città, e la “macchina” ti cerca subito l’ “altro” ideale, fatto e adatto per te. In questi ultimi anni, hanno avuto un boom i Social Network, come Facebook, ad esempio, dove tutti stanno con tutti e nessuno sta realmente con nessuno. Anche Second Life, in fondo, secondo me è una grandissimo setaccio. Una specie di motore di ricerca per single “a caccia” di “altri”…

    • Eva
      29 febbraio 2012 alle 15:35

      Scusami Stefano ma in quento tu descrivi colgo almeno una contraddizione. Cioè, perchè mai, se NON credono all’incontro, uomini e donne si getterebbero a testa bassa sui siti “coppie & amori”?
      Ti chiedo, quindi, se i siti “coppie & amori” sono forse quelli dove ci sono annunci del tipo… “uomo, 54 enne, contatterebbe donna max 50 enne per instaurare amicizia ed eventuale relazione (gradite foto)”?
      Oppure parliamo di situazioni più sofisticate dove presunti “team” selezionano i contatti sulla base di hobby e aspirazioni che si confiderebbero in un form?

      Non mi dilungo sul come questo tipo di contatto possa essere adattato a una situazione di ventenni… né di come, in soldoni, tale “poesia” sia contenuta in tante relazioni che s’instaurano…

      Credo però che “via internet” si cerchi piuttosto la fuga da questa “essenzialità” (o semplicità) che tutti dicono di apprezzare ma poi, quando rivela ciò che è in realtà, ovvero quel qualcosa di sintetizzabile nell’annuncio che mi sono inventata, tutti allontanano. I semplici si riconoscono perché lo fanno per primi. Infatti essi parlano per gli altri, mai per se stessi.

      Invito pertanto codesti semplici a farsi un giretto nei siti “per cuori solitari” di Stati Uniti e Russia dove troveranno annunci di una semplicità disarmante. Consiglio anche di avventuirarsi in posti meno “battuti” ma ancora comprensibili, come Sudafrica, per esempio. E similari. Troveranno, laggiù, un sacco di “verità”.

      Il nostro mondo più sofisticato si rivolge infatti ad altre forme di comunicazione. Le preferiamo “sottintesamente finalizzate”. Il “sottinteso” sancisce a mio parere il successo di situazioni come FB che, pur essendo un mezzo piuttosto semplice, offre il vantaggio di poter fornire una versione di se stessi “accettabilmente romanzata”.

      Questo “romanzare” che sembra un fastiodioso aspetto (ma è a mio parere inevitabile) dei mondi virtuali potrebbe far pensare che Second Life è il luogo dove tale operazione possa esprimersi all’ennesima potenza. Ciò non è vero perchè pensare Second Life in prima battuta come luogo d’aggancio è semplicemente pazzesco perché Second Life è un mezzo espressivo. C’è, tra i due STRUMENTI che stiamo citando, una differenza abissale quanto a implicazioni. FB finisce dove SL comincia… potremmo dire, all’incirca, così.

      • 3 marzo 2012 alle 12:02

        Infatti Eva, si dice che non si crede, ma in fondo tutti cerchiamo la nostra metà da qualche parte. E il “romanzare” su siti come FB o Second Life, altro non è che l’ostentazione senza vergogna del nostro desiderio di essere amati e di amare, protetti dal nostro schermo esprimiamo il meglio e il peggio di noi..a volte. Ma non è finto. Non è luogo di aggancio, come ho scritto prima, può essere ciò che vogliamo, come un piccolo pozzo dei desideri.

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