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Archivio per 7 novembre 2010

Socialità virtuali e libertà individuali: gli Alt.

Chi frequenta i mondi virtuali conosce bene la differenza che passa tra l’accesso alla rete tramite il web e la partecipazione ad una comunità nata in un Mondo Virtuale in 3D. La simulazione in rete consente la partecipazione contemporanea, e immersiva, di individui e gruppi che, vivendo esperienze comuni e partecipando ad attività “sociali”, costruiscono un tessuto connettivo fatto di esperienze vere e non separate dalla propria vita quotidiana.

L’innovazione costituita dalla creazione dei Mondi Virtuali ha messo le basi per la costruzione di un ambiente, di un “posto”, dove la gente si incontra, discute, sviluppa iniziative e progetti, ed elabora esperienze di socialità mai prima sperimentate.

Le nuove socialità che si vanno sviluppando all’interno dei Mondi Virtuali si aggregano intorno a comuni esperienze, si creano gruppi, ci si aggrega intorno ad un posto “fisico” (virtuale), intorno ad un progetto, ad una storia, ad un personaggio carismatico, ad un gioco di ruolo. I nuclei costitutivi così creati ricordano le prime strutture sociali che si sono sviluppate nella nostra civiltà reale, per certi versi somigliano a delle “tribù”. E varie tribù si frequentano, si scambiano notizie, visite, manifestazioni, eventi. Una struttura connettiva va prendendo forma, verso esperienze sempre più avanzate. Quali saranno queste esperienze, e quale forma prenderanno, democratiche o centralistiche, è presto per dirlo, ma la sociologia dei mondi virtuali comincia a prendere forma, e si svilupperà nel tempo e col maturarsi delle conoscenze e delle esperienze.

In questi mondi portiamo sicuramente le nostre individualità, la nostra cultura, le nostre pulsioni. Troviamo un ambiente in cui ognuno si sente libero di sviluppare comportamenti e partecipazione sociale, spesso oltre i limiti che nel mondo “reale” ci vengono imposti. Nascono così nuove individualità e nuovi personaggi. Ci si crea un avatar che costruisce poco per volta la propria esperienza e la propria reputazione. Nascono artisti, giornalisti, architetti, imprenditori virtuali. Si utilizza il Mondo Virtuale come un enorme laboratorio di simulazione, in cui ognuno scambia esperienze e considerazioni con gente di ogni parte del mondo, percorrendo strade che il più delle volte ci sono impedite nel mondo reale. Si va così costruendo un ponte verso un futuro che la rete ci mette a disposizione, preparando un’estensione della propria vita reale ai Mondi Virtuali che ci danno ulteriori occasioni di incontro e di socialità e ci consentono di percorrere strade nuove e inesplorate. Si potrà discutere, e molto si è discusso, sulla prevalenza del “reale” rispetto al “virtuale”, ma le esperienze e la conoscenza che si vanno accumulando in una persona non dipendono dal luogo, fisico o virtuale che sia, ma dalla sua capacità di interazione con gli altri e dalla propensione a mettersi in discussione e a confrontarsi. Seguiamo quindi con grande interesse, così come molti new philosophers della rete (penso a Castronova o Ludlow), quanto avviene sotto questi cieli (virtuali) e ci incuriosisce molto vedere, e cercare di capire, il comportamento delle persone (avatar) su questo nuovo terreno di confronto.

Un tema che ci sta particolarmente a cuore, e che cerchiamo di delineare in questa nuova sociologia virtuale, è quello della libertà individuale, che qui assume forme, e capacità di espressione, del tutto peculiari. Un mondo come SL è, per definizione, un posto dove una persona può vivere la propria socialità in modo completamente aperto, senza vincoli e senza tema di essere condizionato. Ognuno dovrebbe vivere questa esperienza senza alcun condizionamento, che non sia quello, ovviamente, del rispetto delle regole di base poste dai creatori del sistema (ToS) e del rispetto per gli altri, che anche qui è essenziale.

Ma è proprio così? Nelle varie peregrinazioni nei Mondi Virtuali abbiamo assistito a manifestazioni sociali di ogni tipo: dal gioco di ruolo propriamente detto, alle interazioni commerciali, al sesso a pagamento, alle manifestazioni artistiche o culturali, alle esperienze di building, di scripting o di formazione, e abbiamo notato che ognuno tende a costruirsi un’immagine e una reputazione che tiene a salvaguardare in ogni circostanza. La reputazione è il patrimonio che ognuno si porta dietro, derivante da quanto si è fatto, dalle interazioni che ha avuto con gli altri, e da quanto è stato in grado di comunicare.

Questa doppia esigenza, libertà e reputazione, ha avuto come via di uscita un fenomeno a prima vista incomprensibile considerando che si è in un mondo virtuale: quello degli Alt. Per quei pochi che non lo sapessero, un Alt è un Avatar doppio, di riserva, usato per non farsi riconoscere o per scopi particolari. Questa possibilità, offerta dai mondi virtuali, ha dato luogo a complessi episodi di trasformismo, ambiguità e … udite udite … di spionaggio. Il fatto che ci si possa travestire per far perdere le proprie tracce ha avuto degli effetti singolari nell’ambito dei rapporti più intensi, come quelli di coppia o come la caccia a malfattori o griefer. E’ un po’ come il meccanismo delle guardie e ladri: c’è qualcuno che si traveste, si maschera, per non essere identificato, e c’è chi invece tenta di scoprire i travestimenti o le malefatte, vere o presunte, dell’altro. Esistono perfino agenzie investigative, molto riservate, che, dotate di fiuto e strumenti da Virtual Sherlock Holmes, seguono le tracce dei veri, o presunti, malfattori.  Tutto ciò potrà far sorridere, eppure sono meccanismi ben conosciuti nel mondo virtuale, in cui questi episodi sono presi molto sul serio. Un fenomeno a parte sono i cosiddetti Alt di “servizio”, usati per scopi di lavoro o di suddivisione di compiti tra lavoro inworld e vita virtuale privata.

Al di là delle proprie opinioni sugli Alt, o su quelli che tentano di smascherarli, o sulle persone che si avvalgono di essi, è qui messo in discussione un principio fondamentale del comportamento virtuale: è proprio vero che in un Mondo Virtuale si è liberi di fare ciò che ci pare, senza condizionamenti o preoccupazioni? L’esperienza, come abbiamo visto, dice di no: non è possibile. Anzi, all’interno dell’ambiente virtuale si tende a replicare meccanismi e comportamenti tipici del mondo reale. I Mondi Virtuali quindi (parliamo di quelli “sociali” ovviamente, poiché per quelli di GDR è altro discorso), vanno a configurarsi come una “estensione” del proprio ambiente di vita reale e non come un’alternativa. In fondo, possiamo andare a fare due passi al Pincio o a sentire un concerto in SL, farci una pizza al ristorante, o partecipare a un’asta benefica in SL: siamo sempre noi. Ovviamente, mettendo da parte i limiti di un ambiente virtuale, relativamente ai sensi e al contatto fisico, ma questa è un’altra storia.

In conclusione, in SL ci creiamo un personaggio e una reputazione, e viviamo con esso la nostra vita virtuale, ma per fare quello che ci pare, o per “evadere” dalla vita quotidiana virtuale, ci creiamo un’Alt che ci consente di non farci riconoscere. Conosco gente che ha due o tre vite virtuali diverse e indipendenti, magari con partner e attività rigidamente distinte, ma, in fondo, questo è un gioco nel gioco, ed è una forma di divertimento che solo un Mondo Virtuale può dare. E qui la sociologia c’entra poco. Quello che è interessante mettere in evidenza è quindi questa, per così dire, “assimilazione” dei comportamenti virtuali a quelli reali e la voglia di evasione che trova, anche qui, strade originali e fantasiose.

Sono convinto che la sociologia virtuale è appena ai primi passi, e molto c’è da studiare e da comprendere. E’ un campo di lavoro vasto e promettente perché, in fondo, è come esaminare la creazione di una nuova società in un laboratorio, avendo spirito di analisi e osservazione, ma anche capacità di sintesi e di interpretazione dei comportamenti umani.

 

Moda virtuale: c’è business? II parte

7 novembre 2010 3 commenti

Continua la ricerca nel campo della moda, se non della “verità assoluta”, di un barlume di speranza per chi vorrebbe trarre un ragno dal buco dagli affari di Second life.
Nella prima parte dell’inchiesta, abbiamo sentito quattro stiliste (Dadina Dosei di DD style, Viola Jolles di Lhuminal, Anubis Hartunian di Anubis style e Katiuscia Vollmar di Red Passion), tutte italiane.. Eh si, continuano a non rispondermi per nulla le straniere.

Questo mese a raccontare la loro esperienza sono altri due grandi marchi, Ginevra Lancaster dell’omonimo marchio e Barbarella Cioc della B! Fashion.

Appare comunque evidente, per lo meno fino ad ora, che non sia possibile guadagnare con Second Life nel campo della moda, a meno che non si decida di fare un investimento iniziale consistente o a meno che non siano le grandi agenzie reali a buttarsi in questo campo, utilizzando SL come un vero e proprio lavoro.

 

Ginevra Lancaster

Ginevra Lancaster

Ginevra Lancaster presenta un’analisi di marketing e ci racconta: «Allora, nella mia esperienza, guadagno abbastanza da ripagarmi le spese di marketing e promozione, l’account premium  e tutti gli sfizi che mi va di togliermi in sl… ma finisce lì, e non ci vivo certo!
Ho conosciuto persone che sostengono che questo sia invece possibile se fai del mestiere di stilista SL il tuo primo lavoro – cosa che non è il mio caso. Mi hanno detto che dedicandoci 8-10 ore al giorno  (da suddiversi fra la creazione vera e propria e poi le tante attivita’ di PR, marketing, promozione) puoi riuscire a portare a casa   fra i 1000 e i 2000 euro… insomma di che pagarci l’affitto di casa… anche se non si diventa certo ricchi!
Ma questi ragionamenti non mi convincono. Perché il problema di fondo è che, per quanto uno stilista venda, i prezzi di vendita delle sue creazioni sono pochi euro. Diciamo per semplicità di calcolo che ogni vendita corrisponda a 2 euro, questo vuol dire che ogni mese per guadagnare  2000 euro  deve fare 1000 vendite. Ammettendo, sempre per semplicità di calcolo, che ogni vendita sia fatta ad un persona diversa e che il tasso di conversione sia 1/10 ( sono ottimista), per fare 1000 vendite dovrà aver portato davanti ai suoi vendor 10.000 persone. E sempre mantenendo lo stesso tasso di conversione 1/10, per portarne 10.000 davanti ai suoi vendor dovrà averne contattate 100.000…. mi sembra che i numeri non stiano in piedi!
Insomma, credo che il business non ci sia. C’è il gioco, che è la cosa bella. E anche guadagnare di che andare a pari con i tuoi investimenti fa parte del gioco. Niente di ripagherà invece delle ore dedicate, che però  sono – appunto – il gioco».

 

Barbarella Cioc

Barbarella Cioc

Sulla stessa linea l’idea e l’esperienza di Barbarella Cioc: «Dipende dai casi… Conosco diversi designers, sopratutto stranieri, che riescono a guadagnare con SL delle cifre che sono paragonabili  a guadagni lavorativi RL, ed in alcuni casi, anche cifre che in RL si riescono a guadagnare solo con lavori un certo livello.

Va anche detto che però sono in pochi, in percentuale, a riuscire a raggiungere queste cifre.
Personalmente ho sempre vissuto SL come uno svago, e la mia attività nel campo della moda è nata perchè ho subito trovato divertente e stimolante creare contenuti in SL, in particolare creare vestiti.
Sinceramente non ho mai avuto la pretesa di essere una stilista, io mi diverto a creare quello che mi viene in mente, ed ovviamente mi diverto a venderlo, perchè è molto gratificante sapere che qualcuno ha apprezzato quello che hai creato.
Il campo della moda in SL, però, è molto competitivo, quindi, per ottenere sempre maggiore gratificazione, mi sono anche divertita a “giocare” con un po’ di marketing e di strategia, e devo dire che, pian piano, sono riuscita ad ottenere anche dei discreti risultati economici.
Però, continuando a vedere SL come uno svago, non mi sono mai preoccupata del guadagno reale, ma ho spesso utilizzato i proventi della mia attività per raggiungere e mantenere altri obiettivi nella mia SL.
Forse, ad un certo punto della mia attività, se avessi fatto delle scelte diverse da quelle del “gioco”, e mi fossi impegnata come in un lavoro vero, avrei potuto ottenere dei discreti guadagni reali.
Non so però quanto questi guadagni sarebbero potuti durare, perchè ultimamente mi sembra che in SL molte cose stiano cambiando, e personalmente sono abbastanza pessimista sul futuro.
Infine, personalmente, sconsiglierei chiunque di lasciare un lavoro RL per far diventare SL la propria fonte di reddito, perchè non bisogna dimenticare che SL è una piattaforma di un’azienda privata, che non offre nessun tipo di garanzia, e che un bel giorno potrebbe decidere di vendere, o chiudere, o qualsiasi altra cosa… ».

La linea è quindi la stessa: se si considera SL un gioco o comunque uno svago, si può arrivare a coprire le spese e ad avere abbastanza linden per divertirsi e spendere, ma per guadagnarci davvero, dovrebbe essere considerato un vero e proprio lavoro.

Sul futuro economico della Liden, i nostri “capi” ci portano a conoscenza dell’economia di SL con un articolo del 28 ottobre scorso, dove si legge che “L’economia di Second life continua ad essere costante”, che la media di login mensile è scesa del 2,1% ma che è salita quella annuale del 5,3%.

C’è quindi crisi? O c’è crisi solo per alcuni?

Nel frattempo, un altro gruppo di italiani, sia nel campo della moda, ma anche di altri bussines, ha deciso di incontrarsi per scambiare le proprie esperienze, parlare della crisi economica di SL,  del nuovo Marketplace e di come sembra che la Linden Labs stia puntando al web piuttosto che al mondo virtuale vero e proprio.
Prossimamente ulteriori informazioni sul dibattito.

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